Un augurio: latcho drom

Che cosa ne sapete voi dei Rom? E soprattutto, cosa ne so io dei Rom? Ben poco, fino a qualche tempo provavo semplicemente un certo fastidio nel trovarmeli al semaforo mentre chiedevano l’elemosina: sporchi, insistenti e ai margini della società.

Più passa il tempo più mi rendo conto di quanto sia negativo e radicato in noi il pregiudizio, così come il pensare per “sentito dire”, credere che qualcosa sia assolutamente vero solo perchè l’ho sentito in televisione, solo perchè è “opinione comune”, solo perchè è successo all’amico del mio amico, solo perchè “lo sanno tutti”.

Eppure da quando ho iniziato a coltivare la “passione” per il dubbio, ho iniziato a sentire la vera me stessa fare capolino più spesso del solito.

E’ un percorso difficile, duro: faccio dieci passi avanti, torno indietro, mi fermo e mi siedo, riprendo. Galleggio tra i miei dubbi, tra le mie certezze e le scelte che ho fatto e faccio ogni giorno.

Cosa centrano i Rom con tutto questo discorso?

Vorrei sentirmi libera come loro, danzare a piedi nudi per la strada, non preoccuparmi troppo del domani, viaggiare in un lungo e in largo mescolandomi con le culture locali. Invece non ci riesco. Nemmeno a fare un centesimo di queste cose.

Sono bloccata nella mia rigida educazione di ‘sud Europea’, ogni mattina mi sveglio e spendo dieci ore in ufficio, lontano dal sole – e soprattutto dal mare. Una gabbia in cui ho deciso di chiudermi, spero non per molto.

Queste popolazioni  (con tutti i difetti che non sto qui a negare ma, d’altronde chi siamo noi occidentali anche solo per pensare di giudicare le culture altrui quando non facciamo altro che distruggerle e deriderle?) offrono spunti di riflessioni interessanti e profondi. Occhi nuovi attraverso cui interpretare la vita che conduciamo noi occidentali.

Prendendo spunto dall’articolo di focus, Vita quotidiana di un Rom ecco quello che potremmo imparare:

Ore rubate. Citando testualmente:

Secondo la filosofia Rom, ogni uomo desidera essere padrone del proprio tempo, di amministrare la propria giornata. Dal momento che il lavoro salariato impone un ritmo che “ruba” il tempo, i Rom non l’hanno mai accettato o l’accettano sporadicamente e soltanto temporaneamente.

Come abbiamo potuto finire a rinchiuderci 10 ore al giorno, tutti i giorni della nostra vita in un ufficio? Sicuramente il lavoro che facevano i nostri antenati era molto più duro di quello che facciamo noi. Ma solo per certi versi. E poi perchè lavorare per forza in ufficio, quando nella maggior parte dei casi basta una connessione ad internet per espletare le proprie mansioni?

Il concetto di possedere:

Al centro dell’universo Rom c’è l’uomo (lo stesso termine Rom con cui lo definiscono significa uomo).
È certamente un popolo strano quello che designa l’ieri e il domani con la stessa parola, che non ha un verbo per tradurre il termine “avere” (bisogna comporlo con “a me è, a te è…).
Un popolo nel quale non esiste il concetto di eredità..

No. Non sono l’ultima comunista/marxista/nostalgica del PCI. Eppure quello in cui credo fermamente è che “quello che possiedi, alla fine ti possiede”. Per una società consumistica ed egoistica come la nostra, rivedere il concetto del verbo “avere” non sarebbe poi così sbagliato.

La danza:

La danza è sempre stata una delle attività gitane più attraebti. Tra i balli più apprezzati (e nel passato talvolta proibiti dalle autorità) ci sono la sarabanda e la lola

Ballare, saltare, cantare a squarciagola e sentirsi liberi. Sfogarsi e ritornare in pace con se stessi.

La libertà:

Molte delle canzoni Rom raccontano della loro terra, dove i fiumi sono puliti, i boschi verdi e dove si è sempre allegri.
Dice una loro canzone: “Il gaggiò (come definiscono i non Rom) lavora sempre, sperando di diventare qualcosa e sperando così, muore. Poi ha fatto le leggi. La libertà è bella: vai dove vuoi

A parte il concetto forse discutibile di legge, quanti di voi si riconoscono in questa descrizione? Lavoriamo e speriamo che domani saremmo dove vorremo essere,  speriamo di diventare persone migliori, di avere il momento buono, e aspettando e sperando tutti i nostri sogni si inaridiscono, i buoni propositi tramontano e noi siamo ancora qui, con la gastrite a tenerci compagnia.

E poi quello che più mi colpisce di più,”Latcho drom”. Un augurio che può essere tradotto in italiano (anche se si perde un po’ il senso) come “buon viaggio”, ma sarebbe forse più corretto tradurlo come buona strada, buona vita.

E’ un augurio profondo: è un buon auspicio, una speranza. Un inno di tolleranza e libertà. Per questo e per tutti i motivi di cui sopra, l’ho tatuato per sempre. Per leggerlo tutte le volte che mi guardo allo specchio, per ricordarmi chi sono e dove voglio andare.

E allora: Latcho drom a tutti!

1 comment
  1. Bellissimo articolo. Solo chi si impegna ad andare oltre certi stereotipi può capire fino in fondo quanto importante sia non lasciarsi abbagliare dai pregiudizi.
    CS

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